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“La terra rossa si fa? Ma come, non è già fatta?” È la risposta che Anna Garavelli, da 25 anni alla guida – insieme alla gemella Rita – dell’azienda Terre Davis (fondata dal papà Umberto negli anni Settanta) continua a ricevere quando spiega il proprio lavoro. Ebbene sì: la terra rossa si fa. Come? Macinando mattoni.
Come suggerisce l’espressione spagnola polvo de ladrillo, è letteralmente polvere di mattone. “Per lo strato colorante finale si usano mattoni di seconda scelta delle fornaci, mentre lo strato sottostante viene fatto miscelando il mattone con delle argille leganti”, spiega Garavelli. Una volta prodotta la terra, bisogna poi costruire il campo: quei tappeti perfetti come il Centrale del Foro Italico o lo Chatrier a Parigi sono il risultato di un lavoro lungo e meticoloso.
Com’è fatto un campo in terra rossa
La costruzione procede per strati, come una torta millefoglie. “Si fa uno sbancamento di circa 50 centimetri: i primi 35 vengono riempiti con un grosso ghiaione di cava e con del ghiaietto. Il resto è il rosso, che si divide in tre strati: il primo più granuloso che è il drenante, poi c’è il cuore del campo – si chiama sottomanto e sono circa 4 cm – e per ultimo c’è il manto finale.” Questa è la tecnica italiana. Diversa, invece, quella francese: e infatti i campi del Roland‑Garros non sono identici a quelli degli Internazionali d’Italia.

Le differenze tra Roma e Parigi
“Riguardo il manto finale, i francesi mettono un po’ di più di polvere di mattoni pura: per noi sono solo 2‑3 millimetri di colorante, mentre loro vanno intorno al centimetro perché sotto utilizzano un prodotto bianco che si chiama granitique ed è molto duro.”
Ecco perché i campi del Bois de Boulogne risultano più duri. “Come suggerisce la parola, utilizzando un prodotto granitico devono mettere un po’ più di colorante altrimenti il bianco viene su e il campo diventa rosa.” Di conseguenza, se un campo francese tende al rosa – non è certo il caso dell’Open di Francia – è segno di scarsa manutenzione.
“Ma sono egualmente performanti – assicura Garavelli – Non è un tema di qualità del campo, bensì proprio due sistemi di costruzione diversi.” Tutti i campi devono infatti rispettare i dettami dell’ITF, che ha catalogato le superfici in base a rimbalzi e performance di gioco – la terra rossa figura nella categoria ‘slow’.
«La terra rossa è una superficie viva e naturale: va scelta, curata, apprezzata»
Il fattore clima e l’importanza della manutenzione
Terre Davis fornisce il Foro Italico da 30 anni ed esporta in tutto il mondo: ha realizzato campi a Melbourne Park – sede dell’Australian Open – a Orlando – quartier generale della USTA – e persino nella patria dell’erba, al Queen’s Club. Forte di questa esperienza, Garavelli spiega come la terra rossa influenzi il gioco e da cosa dipenda la velocità di un campo.
“La terra rossa segue le condizioni atmosferiche: in zone molto calde, ad esempio nei circoli di Palermo, i campi sono performanti perché sole e acqua induriscono la superficie. Se invece andiamo a giocare a Milano, magari a novembre con umidità e gelo, i campi si ammorbidiscono e il gioco rallenta. La terra rossa è una superficie viva e naturale, pertanto va rispettata. Il campo non potrà essere come quello in erba o in resina che lì lo metti e lì rimane.”
E di fronte alla richiesta di superfici sempre più performanti, Garavelli ricorda: “In fin dei conti è sempre terra rossa. È logico, ad esempio, che se i giocatori tirano pallate a 200 all’ora per dieci ore si faccia una buca. E poi, nel momento in cui si sceglie la terra rossa, bisogna sapere che ci sono una serie di fattori che possono influenzarla: quello imperatore che ne determina la resa è il clima”.
La manutenzione è l’altro elemento decisivo: “Puoi anche avere un prodotto di ottima qualità, ma diventa un campo di patate se lo lasci senza bagnarlo, senza passare il tappeto e senza sistemarlo. La terra rossa va scelta, curata e apprezzata.”
Terra rossa: esistono differenze?
Infine, la domanda da un milione di dollari: che differenza c’è tra la terra rossa del Foro Italico, dove Jannik Sinner ha scritto un altro pezzo di storia del tennis, e quella di un qualunque circolo italiano dove due appassionati giocano a livello amatoriale?
La risposta potrebbe sorprendere: nessuna. “La terra rossa è la stessa. Noi diamo un prodotto unico e tutti giocano sulla terra di Roma.” Poi, certo, contano le sensazioni personali, ma questo succede anche tra i professionisti: un campo può piacere ad alcuni giocatori e ad altri no. In fin dei conti, come ricorda Garavelli, “la terra rossa è una scienza inesatta.”
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