Sinner a L’Équipe: “Il meglio deve ancora venire”

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Poco dopo il trionfo agli Internazionali d’Italia, grazie al quale è diventato il primo tennista della storia a vincere sei Masters 1000 consecutivi e il secondo dopo Novak Djokovic a vincerli tutti e nove, Jannik Sinner ha concesso un’intervista a L’Équipe. Numerosi i temi toccati, dal momento della carriera che sta vivendo all’etichetta di “robot” che gli è stata affibbiata. Ma anche la sospensione dello scorso anno, la finale del Roland Garros 2025 persa contro Carlos Alcaraz, la famiglia, l’infanzia e la scelte di risiedere a Monte-Carlo.

SUL SUO PICCO – “Non credo che si possa raggiungere il 100% del proprio potenziale a 24 anni. Aspiro ad arrivarci tra qualche anno. Come sarebbe la mia versione migliore? Un giocatore che serve molto bene, aggressivo ma anche capace di leggere ogni situazione. Però non ho il potere di prevedere il futuro.”

SULL’ESSERE DEFINITO UN “ROBOT” – Non trovo il termine dispregiativo. È così che mi comporto in campo. Ho l’immagine di un giocatore che non prova emozioni semplicemente perché sono molto concentrato su ciò che devo fare. Cerco sempre di essere il più preciso possibile e di giocare il colpo giusto al momento giusto: ciò richiede un’ottima forma fisica e mentale. È per questo che mi alleno.”

SUL 2025, TRA STOP E KO A PARIGI – “Non è stato facile voltare pagina dopo quella sconfitta in finale, ma ho imparato delle grandi lezioni. Penso che se sono riuscito a trionfare a Wimbledon subito dopo è anche perché cerco sempre di andare avanti velocemente, pure quando vinco. La squalifica? I mesi più difficili sono stati quelli che l’hanno preceduta perché non potevo parlarne con nessuno: non mi sentivo libero. Ma credo che nulla accada per caso, anzi sono convinto che tutto questo mi abbia reso una persona più forte. Inoltre mi ha permesso di capire quali fossero i miei veri amici.”

«I miei genitori mi hanno insegnato a vivere il momento, senza guardare troppo al passato o al futuro e dando il massimo»

SULLA FAMIGLIA – “Da bambino vedevo i miei genitori solo di notte e la mattina presto perché passavano tutta la giornata al ristorante. Quando tornavo da scuola, andavo a cena dai miei nonni e poi dovevo cambiarmi velocemente per l’allenamento, che fosse calcio, sci o tennis. Credo di essere maturato molto per via del fatto che molte cose dovevo impararle da solo.”

SULL’EDUCAZIONE RICEVUTA – “Ciò che mi ha colpito è che, a prescindere da cosa fosse successo al ristorante, i miei genitori tornavano sempre a casa con il sorriso. Era impossibile capire se avessero avuto una giornata bella o brutta: è questa la mentalità che cerco di avere ancora oggi. Nel tennis ci sono giorni buoni e giorni meno buoni, ma quando esco dal campo torno a essere una persona normale e cerco di essere felice con quello che ho. Cosa ho imparato dai miei genitori? Vivere il momento, senza guardare troppo al passato o al futuro, dando il massimo.”

SULLA SCELTA DI VIVERE A MONACO – “Qui trovo la pace e la tranquillità di cui ho bisogno. Posso andare al ristorante o a fare shopping senza che nessuno mi noti e inoltre le strutture sono perfette. Certo, mi manca la mia famiglia. Mi piacerebbe poter andare a trovare più spesso i miei nonni che stanno invecchiando, ma se fossi rimasto a casa ad allenarmi non sarei nelle condizioni ideali per diventare il miglior giocatore che posso essere. La vita che ho scelto richiede sacrifici, però è anche una questione di equilibrio: 24 anni si hanno una sola volta e cerco di viverli al meglio.”

SUL RELAX – “Tendiamo a passare molto tempo sui social, quindi mettere da parte il telefono per tre-quattro ore ed essere a contatto con la natura mi fa bene. Oltre al golf, quello che mi rilassa di più è stare da solo al volante della mia macchina: mi sento nella mia bolla dove nessuno può toccarmi.”


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