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Fabio Gorietti non è un coach mainstream che insegue la notorietà ma ormai da tanti anni lavora con grande serietà per far crescere la sua Tennis Training School di Foligno, alla quale ha deciso di affidarsi anche una delle tenniste più promettenti del panorama internazionale, l’azzurra Tyra Grant. Classe 2008, è seguita nella sua quotidianità da coach Matteo Donati e dal preparatore atletico Massimiliano Pinducciu.
Per scoprire di più su questo promettente sodalizio abbiamo raggiunto proprio Fabio Gorietti, ideatore del progetto a Foligno, che ci ha raccontato com’è nata questa liason e quali sono gli obiettivi.
Quello di Tyra Grant è il nome nuovo del tennis italiano e genera grandi aspettative: dove può arrivare?
Può arrivare dove arriverà bisogna avere questo dubbio e continuare a cercare la strada migliore. Sicuramente è ben attrezzata, ma sono tante le cose che si possono migliorare.
Però se diventasse una fuoriclasse saresti sorpreso?
Assolutamente no perché conosco le sue qualità e sono notevoli.
Cosa ti aspetti dal torneo di Roma?
Cercheremo di vivere il torneo con lo stesso entusiasmo di Madrid. Però dobbiamo avere in testa di andare al Foro Italico per vincere partite, anche se dovrà gestire le attenzioni che le verranno riservate. Però tutte le energie vanno concentrate sulla performance, e sono tante perché siamo tutti molto carichi e questo mi piace del team.
«Tyra ripete che le piace fare gioco, essere la protagonista. È un aspetto determinante per una giocatrice potenzialmente molto forte. Ha lo sguardo e l’atteggiamento della predatrice»
Tyra ha mai espresso obiettivi o sogni?
La cosa che mi piace molto è che non ha mai detto “voglio diventare la numero…”. Poi lo avrà in testa, ma non ne abbiamo mai parlato. Lei ripete solo che le piace fare gioco, essere la protagonista e prendere in mano la situazione. Dovendo definire l’identikit di una giocatrice veramente forte, quest’aspetto è determinante. Ha lo sguardo e l’atteggiamento della predatrice.
Ha detto che sta scoprendo dettagli all’apparenza trascurabili ma che la aiutano tanto.
Arrivati a certi livelli, si lavora sui dettagli, anche con metodi alternativi come giocare a basket o a calcio mentre colpisce con la racchetta, alternando le palle. Ci sono delle piccole esperienze che in un corpo così intelligente scatenano subito un cambiamento. Poi si deve ripetere centinaia di volte in campo per automatizzarlo, ma una cosa che mi piace molto di Tyra è che trasforma le esercitazioni dando loro un significato nel gioco, senza lasciare che siano fine a loro stesse.
Cioè?
Se le dico gioca due palle incrociate e una lungolinea, per lei non ha alcun significato. Se gioca la prima palla incrociata e vede il campo aperto lungolinea, si chiede perché deve giocarne un’altra incrociata, mentre se facciamo dei lavori sul movimento del corpo o della mano, e poi le trasformiamo in un’azione di gioco, lei può cambiare alla prima o alla quarta palla e dare un significato a quello che fa. Lei quando vede il campo se lo vuole prendere, quindi non la posso mettere a fare esercitazioni comandate.
«Se le dico gioca due palle incrociate e una lungolinea, per lei non ha alcun significato. Lei quando vede il campo se lo vuole prendere, non la posso mettere a fare esercitazioni comandate»
Tyra dove si vede? Ha mai espresso obiettivi o sogni?
La cosa che mi piace molto è che non ha mai messo un numero davanti. Non ha mai detto “voglio diventare la numero…”. Poi ce l’avrà in testa, ma non ne abbiamo mai parlato. Lei spesso ripete che le piace fare il gioco, essere la protagonista e prendere in mano la situazione. Dovendo definire l’identikit di una giocatrice veramente forte, quest’aspetto ci sta molto.
Ha detto che sta scoprendo dettagli all’apparenza stupidi ma che la aiutano tanto. Si arriva a un certo livello dove iniziate a lavorare anche su piccole cose apparentemente insignificanti?
Come no! Abbiamo lavorato tantissimo su degli aspetti che ti fanno dire “questo è un gioco per bambini”. Ad esempio gioca anche a basket o a calcio mentre colpisce con la racchetta, alternando le palle. Oppure giocare con la palla con le mani e poi trasferirla nel campo dopo 3-4 minuti. Ci sono delle piccole esperienze che in un corpo così intelligente scatenano subito un cambiamento. Poi si deve ripetere migliaia di volte, automatizzarlo e farlo proprio. Una cosa che mi piace molto di Tyra è che trasforma le esercitazioni dando loro un significato nel gioco. Non si può fare un’esercitazione che è contestualmente anche il gioco del tennis.
Adesso cresceranno inevitabilmente anche le aspettative: come si gestiscono?
Le aspettative arrivano, a volte anche all’improvviso, ma chiunque giochi a tennis deve farci i conti. A Madrid Tyra ha giocato bene, quindi nel torneo successivo ci si aspetta chissà cosa. Io penso che per contenere un eccesso di aspettative bisogna porsi obiettivi a brevissimo termine: invece di pensare alla prossima settimana, stiamo concentrati su quello che c’è da fare oggi pomeriggio.
Sinner ha mostrato ai giocatori italiani che si può diventare fenomeni anche nel tennis: è una fonte di ispirazione?
Jannik è un’ispirazione continua. Stiamo parlando di un ragazzo che è numero uno del mondo, ma cerca continuamente di modificare e migliorare il suo tennis. La sua capacità di apprendere in breve tempo viene dal fatto che dentro di sé tante cose erano già presenti: Jannik è una scatola piena di elementi e Simone Vagnozzi e Darren Cahill sono straordinari nel tirarli fuori, ma va dato merito anche a chi ci ha lavorato prima e ha contribuito a costruire questa macchina.
Qual è la grande forza di Sinner?
Se gli dicono di provare qualcosa di nuovo, lui è d’accordo. Una cosa che a me spaventa tanto sono i ragazzi di 17-18 anni che credono di saper fare tutto oppure un genitore che mi dice ‘basta allenarlo perché sa fare tutto bene”. A 16 anni. Poi quando le cose non vanno bene, e a un certo punto succede, soprattutto in uno sport che evolve continuamente, arrivano i dubbi. Sinner invece non ha dubbi o certezze ma una grande curiosità ed è una cosa meravigliosa. Poi ha ricevuto in dono uno stimolo bellissimo che si chiama Carlos Alcaraz: si alimentano a vicenda.

Tyra Grant e Jannik Sinner – Credits foto: Doppio Misto Podcast
«Sinner non ha dubbi o certezze ma solo una grande curiosità: è meravigliosa che vada continuamente a vedere cosa succede. La sua forza? Essere d’accordo a provare cose nuove»
Tyra e Sinner si sentono?
A Madrid si sono salutati con molto affetto perché sono tutti bravissimi ragazzi, consapevoli che c’è spazio per tutti. Sto tornano a girare per tornei e ho ritrovato tanti ragazzi che sono diventati allenatori e ci siamo parlati con grande cordialità. L’atmosfera è molto gradevole, non c’è invidia.
Quanto è stato importante per Tyra avere un papà ex campione dello sport in famiglia?
Molto, perché magari ha una struttura genetica ideale oppure fin da piccola è stata a contatto con lo sport. Se nei primi anni di vita c’è l’abitudine e la cultura di far muovere i bambini, poi crescono con un bagaglio motorio molto diverso da chi va una volta a settimana a fare una camminata al parco. Se una persona ha fatto basket a livello pro, sono convinto che a due anni metta la palla in mano al figlio.
È ciò che un coach si augura…
Pensiamo al calcio: una volta si giocava nelle strade, ora non più. Il problema è che non escono più i campioni perché oggi il numero di palloni toccati da un quattordicenne è decisamente inferiore rispetto a vent’anni fa. Andavi sempre alla scuola calcio due volte la settimana e domenica giocavi la partita, ma negli altri quattro giorni toccavi la palla un migliaio di volte. Negli sport come tennis, calcio o basket, tutto ruota intorno alla palla e chi ha relazioni continue con la palla ha una confidenza maggiore. In questo senso, penso che una famiglia che viene dallo sport faccia fare tanta esperienza ai bambini piccoli.
«Bisogna porsi obiettivi a brevissimo termine: invece di pensare alla prossima settimana, stiamo concentrati su quello che c’è da fare oggi pomeriggio»
A differenza del calcio, nel tennis molto spesso i giocatori italiani rimangono a lungo con un coach, come Seppi con Sartori, Sonego con Arbino, Berrettini con Santopadre: un legame duraturo è fondamentale per gestire bene i momenti e rimanere concentrati sul lavoro e non solo sul risultato?
È molto importante vivere questa esperienza insieme nel tempo. Rispetto al calcio, si passa insieme tutta la giornata, quindi la relazione è inevitabilmente forte, un aspetto fondamentale quando devi condividere delle delusioni. Quando sei nella me***, ci si sta tutti quanti e si cerca di fare qualcosa per uscirne. Io faccio l’esempio di una sfera di granito e noi ci stiamo tutti dentro: se entra qualcosa dall’esterno, si rischia di farla crepare. Bisogna mantenere questa idea di compattezza. Mi spiace fare un paragone del genere in questo momento, ma il team è come un esercito: se ognuno va per i fatti suoi, non puoi combattere. La compattezza è la prima qualità per affrontare un avversario.
Rispetto a una volta i giocatori guardano il coach e gli parlano quasi a ogni punto: in panchina come la vivi?
Bisogna stare attenti a non esagerare. Delle volte anche l’allenatore parla troppo quando basterebbe uno sguardo. L’esperienza aiuta a capire come comportarsi, se alzarsi o rimanere seduti, se fare un pugno o meno. Vanno valutate le situazioni, ma non è un’occasione esprimere il proprio pensiero, magari in tv, altrimenti diventa una chiacchierata continua.

Fabio Gorietti, coach, co-fondatore e Direttore Tecnico della Tennis Training School di Foligno
«Bisogna stare attenti a non esagerare perché alcune volte anche l’allenatore parla troppo quando basterebbe uno sguardo»
Ti piacerebbe che spostassero i coach in panchina con la possibilità di parlare solo ai cambi campo?
Sarebbe più spettacolare, come dimostrano gli incontri a squadre di Coppa Davis e Billie Jean King Cup e sarebbe più facile trasmettere certi messaggi ai giocatori, evitando però la chiacchiera tra uno scambio e l’altro. Potrebbe essere una buona soluzione.
Tu formi anche maestri: com’è Matteo Donati come coach? Lui da giocatore ha vissuto un percorso difficile, talvolta traumatico: quanto può aver influito positivamente sulle sue qualità di allenatore?
È un ragazzo molto sensibile al dolore perché certe cose le ha vissute e si rende perfettamente conto di come certe esperienze ti possono segnare. Lui è bravo a entrare in sintonia con la giocatrice, pur rimanendo molto professionale. Ed è anche metodico, osserva i dati e analizza le partite. Inoltre, ha una grande voglia di far bene, è dedito al lavoro e appassionato. Dal canto mio, cerco di prendere da Matteo tutte le informazioni che mi possono servire: l’anno scorso seguiva un’altra ragazza (Yulia Putintseva, ndr) e conosce bene l’ambiente femminile. Per quanto riguarda Tyra, io insisto sulla sua posizione in campo e su certi movimenti, mentre lui è molto concentrato sull’aspetto tattico.
«Se nei primi anni di vita c’è l’abitudine e la cultura di far muovere i bambini, poi crescono con un bagaglio motorio molto diverso da chi va una volta a settimana a fare una camminata al parco»
Come si è evoluta la tua accademia nel corso degli anni?
Quando ho smesso di girare per il mondo nel 2019, ho cominciato ad ampliare l’attività a Foligno e ora ci sono 14 campi con spazi destinati all’atletica e oltre 30 maestri che ci lavorano, divisi in vari settori: da sempre la nostra idea è stata quella di fare una scuola tennis che parte dai bambini piccoli e arriva fino al giocatore di club adulto. La struttura è dedicata alla scuola, tranne un paio di campi destinati ai soci, e tutti fanno i loro tornei, dal mini-tennis al TPRA. In mezzo a tutto questo, c’è la sezione agonistica. Al momento come professionisti abbiamo Tyra, Jacopo Berrettini, Pierluigi Basile, Andrea Guerrieri (che di recente ha vinto il Challenger Roma Garden, ringraziando proprio la Tennis Training School di Foligno, ndr) e Jacopo Bilardo. Poi d’estate si aggiunge Gabriele Vulpitta che è andato al college negli Stati Uniti.
In tutto ciò, a te cosa piace di più?
Il fatto di aver impostato un linguaggio di insegnamento comune che prevede di osservare e ascoltare i ragazzi, entrare in complicità con loro, coinvolgerli. E invece esclude il giudizio e la valutazione: non ci aspettiamo niente da loro e cerchiamo di fare le cose insieme. Questo si traduce anche nel lavoro in campo con esercitazioni dove si vivono esperienze pratiche, così che anche un semplice cambiamento tecnico passa attraverso un esercizio e non una semplice istruzione. Ci credo molto.
Per l’accademia cosa è cambiato?
È aumentato il numero dei maestri e abbiamo cominciato a fare una riunione tutti i lunedì mattina. Si dibatteva molto per dare un linguaggio a tutti quanti: molti sono giocatori cresciuti con me e mi piaceva che tutti leggessimo l’insegnamento nello stesso modo. All’inizio è stato difficile perché non è scontato perché per un maaestro è più facile dire come fare una cosa e poi spiegare se è stata fatta bene. In qualche modo ce l’abbiamo fatta: e ora i ragazzi si allenano in un luogo dove non si sentono giudicati, né inadeguati alle aspettative. Ognuno cerca di fare del suo meglio. Per noi è soddisfazione vera se un 3.1 diventa un 2.6 come se un giocatore entra nei primi 100.
«Da noi, se un giocatore è numero 200 del mondo si confronta comunque con chi è 3.1, senza discriminazioni di valori e classifica. È il singolo che ha il proprio valore, non c’è l’elemento star»
È una mentalità molto diversa dalle classiche academy americane, dove invece la competitività e il risultato determinano il successo.
Il tennis è un combattimento, c’è un avversario e il tuo compito è cercare di metterlo in difficoltà. Il nostro obiettivo è vivere il percorso di crescita con l’idea di aiutarsi l’uno con l’altro, formare un gruppo ed essere solidali e inclusivi. Da noi, un giocatore numero 200 del mondo si confronta anche col 3.1, senza discriminazioni di valori e classifica. Il singolo ha il proprio valore, ma non c’è l’elemento star. Si cerca di dare attenzione a tutti, non a caso chiedo ai maestri che si occupano dei professionisti di passare una parte della giornata a insegnare ai bambini piccoli o agli adulti. È un processo duplice: l’allievo impara dal maestro e viceversa. Non si diventa più bravi seguendo un giocatore di altissimo livello che sa fare qualsiasi cosa, bensì con una persona con delle difficoltà coordinative perché bisogna inventarsi qualcosa ed entrare in un meccanismo più difficile.
Quindi può essere più difficile portare un 3.1 a 2.6 che certi giocatori nei primi 100?
Ai ragazzi bisogna far scoprire che sanno fare le cose. Quando ci riescono, diventano più sicuri. Mi piace l’idea che anche chi non ha prospettive di diventare un campione può comunque fare del tennis la propria vita, frequentando un college negli Stati Uniti o insegnando all’accademia. Ma pure dovesse fare altro, conoscere meglio se stessi attraverso questo sport, gli darà una marcia in più. In ambito lavorativo saranno persone che sanno affrontare le cose in modo diverso: lo sport aiuta tanto in questo senso, a patto che sia sano e non distruttivo.
L’obiettivo di un coach dovrebbe essere migliorare la persona e non solo il giocatore?Indubbiamente. Un insegnante bravo è quello che riesce a far esprimere l’allievo al meglio delle sue capacità. Anzi, quando è lui a tirare fuori qualcosa, a qualsiasi livello. In questo senso, organizzo degli stage per bambini dove è fondamentale la partecipazione emotiva: senza la passione è tutta una stupidaggine. E poi i ragazzi devono scoprire, tramite le esperienze, quali sono i loro limiti per provare a superarli. Il concetto dell’errore non va solo accettato ma ricercato: se lo fai, trovi una soluzione per qualcosa di più complicato.
Sei d’accordo con Alcaraz quando dice che in campo sta bene perché si diverte, mentre prima rischiava di avere troppa pressione addosso?
Il gioco per un bambino è un lavoro: chi ha un figlio piccolo, si accorgerà che quando gioca è serio e impegnatissimo. Non bisogna rompergli le scatole perché sta facendo una cosa molto importante per lui. Il gioco non è un passatempo ma qualcosa che lo impegna. Poi la pressione ci vuole: se non c’è coinvolgimento si passa il tempo senza accorgersi di quello che si combina. Bisogna vivere le cose con intensità e questo può dare emozioni come la pressione. Penso sia quello che intenda Carlos perché giocatori come lui non hanno un minuto libero. Adesso che è possibile avere una carriera lunga, è importante gestirsi bene e staccare ogni tanto.

La Tennis Training School a Foligno è una delle scuole tennis più celebri e affermate a livello nazionale. Nell’ultimo decennio è stata insignita del riconoscimento “Top School” e premiata a più riprese dalla Federazione come “Migliore scuola tennis d’Italia”
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L’articolo Fabio Gorietti: “Tyra Grant può diventare una fuoriclasse. E Sinner è un’ispirazione” proviene da Tennis Magazine Italia.
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