Troppi infortuni nel tennis? Un prezzo da pagare (e nessuna soluzione all’orizzonte)

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Sacrificare la salute dei tennisti in nome del dio denaro. È quello che, a grandi linee, emerge dall’articolo The System That Breaks Its Players (Il sistema che rompe i suoi giocatori) su The Catcher On The Line. Il tema è tornato in auge dopo il recente infortunio al polso destro accusato da Carlos Alcaraz, che è stato oggetto di discussione ma non un caso isolato, anzi piuttosto l’ennesimo esempio di una trend sempre più in crescita.

Numeri alla mano, dal 2002 in poi “l’incidenza dei ritiri per infortunio è aumentata del 25% tra gli uomini e del 50% tra le donne”; di conseguenza è stato registrato anche un incremento nella media dei ritiri (1,56 ogni 1000 partite nel circuito ATP e 1,36 in quello femminile). Il 2002 non è un anno a caso dato che proprio in quel periodo la tecnologia e la struttura del gioco sono cambiate insieme. E secondo l’autore dell’articolo, quando si verifica un infortunio non si può più parlare di colpa del giocatore; la responsabilità è invece del sistema che lo porta più spesso al limite. I motivi sono molteplici.

Innanzitutto viene sottolineato l’impatto dei nuovi materiali, a partire dalle corde. Da quelle in budello naturale o multifilamento si è arrivati a quelle in poliestere, una fibra meno elastica e meno capace di assorbire l’impatto. Secondo uno studio del 2014, che ha simulato un match con le corde ad alta rigidità, la forza di presa media dei giocatori diminuisce del 22%. Ergo i muscoli si affaticano più rapidamente e le articolazioni sono più esposte. Ad andare di pari passo con ciò è la rivoluzione dei telai, con i modelli in grafite e fibra di carbonio che generano più potenza ma allo stesso tempo causano più vibrazioni. “Un gioco in cui l’impatto non viene più assorbito ma restituito, e dove ogni colpo è un micro-trauma” si legge.

35%

L’aumento della lunghezza effettiva degli scambi su cemento ed erba

L’altro aspetto riguarda invece il rallentamento delle superfici, che comporta scambi più intensi e partite più lunghe. I primi segnali ci sono stati con la scomparsa della moquette intorno al 2008. Inoltre, pochi anni prima erano state introdotte le palline “Tipo 3”, più grandi del 6% e capaci di rimbalzare più in alto. Risultato? La lunghezza effettiva degli scambi è aumentata notevolmente (fino al 35%) su cemento ed erba.

Un altro dato interessante menzionato nell’articolo riguarda i minuti di gioco (non il numero totale delle partite, ma la loro durata complessiva nel corso di una stagione). Allo stato attuale, oltre la metà (il 58%) si svolge su cemento, a fronte del 30% sulla terra e del 10% sull’erba. Eppure non è un segreto che una superficie come il cemento – rispetto a quelle naturali – richieda uno sforzo ben più intenso alle articolazioni. Magari non sorprende che più della metà dei ritiri negli ultimi vent’anni siano arrivati sul cemento, tuttavia è eloquente che siano stati circa il 45% in più rispetto alla terra battuta.

Detto ciò, nel contesto attuale neppure la terra rappresenta un porto sicuro per i giocatori. Non tanto per le sollecitazioni articolari – effettivamente è comportato un dispendio minore rispetto al veloce -, tuttavia per l’aumento della durata media degli scambi aumenta e per la lunghezza del calendario, che hanno fatto sì che diventasse una superficie di “accumulo”.

Paradossalmente neppure su erba la situazione è particolarmente incoraggiante, soprattutto se paragonata al passato. Basti pensare che negli anni Ottanta, a Wimbledon, appena il 2% dei punti superava i nove colpi. All’inizio degli anni 2010, invece, la percentuale è salita in doppia cifra. D’altronde il baricentro del gioco è arretrato sempre di più, spostandosi dalla rete (serve and volley) a fondo campo con gli scambi più lunghi che hanno rimpiazzato la varietà.

Qualcuno potrebbe obiettare che lo stato delle cose non sia così drammatico considerando che il 70% dei punti si conclude ancora entro quattro colpi. Il problema, però, sono proprio i restanti scambi da 10-15 colpi, i quali fanno sì che il tempo totale sotto sforzo aumenti: in passato erano un’anomalia, oggi la norma.

Quanto dura in media una partita in un torneo dello Slam?

Oltre mezz’ora in più rispetto a 25 anni fa. Si è infatti passati dalle due ore e 21 minuti nel 1999 alle due ore e 54 minuti nel 2023

L’aspetto più preoccupante è che si sta andando in una direzione completamente opposta a quella auspicata. Lo certifica il calendario, con la stagione che ormai dura di fatto undici mesi e con il nuovo format dei Masters 1000, criticato a più riprese dai giocatori. E non è neppure una questione di programmarsi: anche semplicemente per restare al passo è inevitabile spingere il corpo al limite. Non a caso nell’articolo si parla di paradosso: “Un circuito che richiede prestazioni continue ma non lascia alcun margine biologico per sostenerle”.

Come risolvere il problema? Tra le soluzioni proposte figurano:

  • imporre pause biologiche obbligatorie
  • reintrodurre la varietà delle superfici, riducendo l’utilizzo del cemento
  • riconsiderare i limiti normativi sui materiali

«Finché il frammentato ecosistema del tennis non riesce a trovare un punto d’incontro, i corpi dei giocatori rimarranno l’ammortizzatore su cui il sistema scarica il costo del proprio potere»

Tuttavia lo stesso autore ammette che non sono praticabili perché vanno a sbattere contro un conflitto di interessi: “Un calendario più breve significa meno tornei e meno diritti televisivi. Meno campi in cemento significa rinunciare alla superficie più economica e standardizzata“. Quindi la chiosa finale, intrisa di realismo: “Finché il frammentato ecosistema del tennis non riesce a trovare un punto d’incontro, i corpi dei giocatori rimarranno l’ammortizzatore su cui il sistema scarica il costo del proprio potere”.


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