“Io giocavo per i risultati, Thiem per crescere: lui è stato numero 3 del mondo, io…”

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Era il maggio del 2017 quando Alberto Cammarata, promessa del tennis italiano che però non è mai riuscito a entrare neppure tra i primi 800 del ranking ATP, si confrontava con il suo amico Jacopo Stefanini in merito al lavoro sui giovani aspiranti tennisti svolto dai maestri. A distanza di quasi un decennio sono cambiate molte cose e il tennis italiano è in realtà riuscito a “produrre” molti talenti, colmando ampiamente il gap con la Spagna, nazione che veniva menzionata come esempio. Tuttavia è evidente che i problemi riscontrati ai tempi siano ancora molto attuali, in particolare perché in Italia continua a regnare la mentalità del “ciò che conta è vincere”. Nelle parole che Cammarata aveva dedicato al tennis, emergono chiaramente una serie di criticità che interessano invece altri sport, su tutti il calcio, come certificato dalle tre mancate qualificazioni ai Mondiali. Il seguente post è stato pubblicato sulla pagina Facebook della Ravenna Tennis Academy.

Caro amico,

come ben sai, sono un giocatore di tennis italiano. Il mio best ranking è stato 869 ATP e, in questi giorni, assistendo a un torneo giovanile, mi sono tornati in mente alcuni momenti della mia infanzia che vorrei condividere con te.

Dai 10 anni sono stato tra i migliori ragazzi d’Italia. Oggi mi auguro che i giovani e, soprattutto, i maestri non commettano gli stessi errori che ho commesso io.

Ho avuto una famiglia sempre presente, che non mi ha mai messo pressione né imposto risultati. Non avendo esperienze nel professionismo sportivo, però, si sono affidati completamente ai maestri. Già… i maestri.

Quanti maestri hanno davvero le competenze per dare a un bambino la possibilità concreta di diventare un tennista?

Pochissimi.

Quanti riescono a far capire ai genitori che fino ai 16 anni il risultato conta zero e che la vera priorità è lavorare sulla mente del ragazzo?

Ancora meno.

Quanti abituano i propri allievi a gestire sconfitte, delusioni e a costruire una prospettiva nel loro tennis?

Sempre troppo pochi.

Parlo di sconfitte perché, da Federer in giù, arriva per tutti il momento in cui autostima e ambizione si bloccano. C’è chi si ferma in seconda categoria, chi al numero 200 ATP… ma una cosa è certa: quando entri nel professionismo, le “batoste” arrivano.

Prova a parlare con un ragazzo di 15 anni tra i migliori d’Italia, senza un allenatore di alto livello alle spalle. I suoi pensieri saranno: contratti, sponsor, reputazione, vincere contro i coetanei.

E se provi a chiedergli di cambiare qualcosa nel suo tennis?

Quasi impossibile.

Perché? Perché con quello che ha… riesce a vincere.

In Italia il livello tra i 150 e i 1200 ATP è altissimo. Ma perché in pochi arrivano nei top 100?

Ce lo siamo mai chiesto?

In Spagna, invece, i top 100 sono molti di più.

(Nel momento in cui scriveva, la Spagna aveva nove top 100 – di cui sette top 40 – e l’Italia soltanto tre, ndr)

Il problema è che nei nostri circoli il “maestro bravo” lavora spesso con giocatori già formati, pieni di convinzioni sbagliate costruite negli anni.

Ma un maestro è davvero bravo se non sa smontare e ricostruire un giocatore?

Conosco tanti ottimi tecnici. Ma pochissimi allenatori capaci di lavorare sulla mente di un ragazzo.

In Spagna la conoscenza tecnica forse è inferiore, ma quella sportiva è anni luce avanti. È rarissimo trovare un quindicenne che pensi prima a contratti, federazione o vittorie.

Perché lì insegnano prima a migliorare. Vincere viene dopo.

«A 14 anni vidi un ragazzo dominare Thiem 6-1 6-1. Sul pulmino verso l’hotel parlammo a lungo e Dominic era sereno, nonostante la sconfitta. Dentro di me pensai: “poverino”»

Ricordo un episodio: a 14 anni ero numero 10 in Europa e numero 2 in Italia. In Belgio vidi un ragazzo dominare Dominic Thiem 6-1 6-1. Thiem, che fino all’anno prima era tra i migliori d’Europa.

Uscì dal campo, andò a giocare alla PlayStation, poi fece un’ora di corsa con il suo allenatore. Sul pulmino verso l’hotel parlammo a lungo. Io ero felice per essere arrivato ai quarti di un grande torneo. Lui era sereno, nonostante la sconfitta.

Dentro di me pensai: “poverino”.

Oggi, dopo anni, posso dire che quella serenità era la sua forza. Gli avevano insegnato a migliorare, non a vincere subito.

Io giocavo per i risultati.

Lui giocava per crescere.

Oggi io gioco Futures da 15.000 dollari.

Dominic è stato numero 3 del mondo e ha vinto uno Slam.

Fa male dirlo, ma è la verità.

Per questo, caro amico, il consiglio che mi sento di dare ai maestri è semplice:

  • formatevi continuamente
  • viaggiate, osservate, imparate
  • dedicate tempo vero ai vostri ragazzi
  • trattateli come figli

Perché lavorate sui loro sogni. E, spesso, dalle vostre scelte dipendono intere carriere.

Non basta saper correggere un colpo.

Serve saper formare un atleta a 360 gradi.

Mi scuso se mi sono dilungato, ma per il bene del tennis e dei ragazzi che rappresentano il futuro di questo sport, credo sia giusto fermarsi a riflettere.

Un abbraccio.

Alberto Cammarata


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