Sopportare il dolore è nobile come dicono?

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È peggio riportare la rottura dei legamenti oppure accusare un dolore all’apparenza passeggero che però poi si rivela cronico? La risposta sembra ovvia, eppure per non è detto che lo sia per una categoria come quella dei tennisti. Anzi, secondo Andrea Petkovic, a volte è meglio una diagnosi netta per mettersi l’anima in pace piuttosto che un infortunio grave ma non troppo che metta a nudo le debolezze. Nell’ultimo post sul suo profilo Substack ‘Finite Jest’, l’ex tennista tedesca ha approfittato della scelta di Carlos Alcaraz di rinunciare al Roland Garros (oltre che agli Internazionali d’Italia) a causa del problema al polso della mano destra per affrontare il tema degli infortuni (che, a suo dire, sono diversi dagli “infortuni”) nel mondo del tennis.

Pro e contro di un lungo stop

Lo scorso anno il giornalista di Eurosport Jacopo Lo Monaco era stato criticato – anche da personalità di spicco come Matteo Berrettini – per aver detto che la rottura del tendine d’Achille per Holger Rune poteva essere, se presa nel modo giuso “la cosa migliore che potesse accadere”. A suo avviso avrebbe infatti potuto farlo diventare più maturo, facendogli capire che la carriera non è infinita – pur avendo molti anni davanti – e che prendersi cura al 100% del proprio corpo è una priorità.

La pensa allo stesso modo Petkovic, che cita il recente esempio di Arthur Fils per sottolineare come un lungo stop per infortunio possa portare benefici. “Una pausa prolungata può dare all’atleta il tempo di sperimentare con la tecnica o con il proprio corpo” scrive, ricordando inoltre che in uno sport come il tennis dove la off-season dura all’incirca un mese, avere del tempo per svilupparsi – mettendo da parte i risultati – ha una sua utilità. Oltre all’aspetto fisico e a quello tennistico c’è infine quello mentale: con il passare degli anni il tennis tende a diventare uno sport piuttosto monotono con gli stessi tornei ogni stagione e la stessa routine in ogni eventi. Ecco, tornare dopo un lungo stop spesso comporta una “ritrovata freschezza mentale” e un “rinnovato entusiasmo per la vita da professionisti.

«Nonostante la disperazione e la paura iniziali, la rabbia verso il proprio corpo che dovrebbe essere uno strumento indistruttibile, c’è una luce in fondo al tunnel» (Andrea Petkovic)

Detto questo, ovviamente nessuno si augura di infortunarsi, anzi se si cerca di guardare il lato positivo è perché invece a prevalere è il lato negativo. La stessa Petkovic scrive che inizialmente la diagnosi è verosimilmente una batosta, specialmente se si tratta di una frattura o una rottura. Per gli atleti professionisti è quasi un tradimento quando il proprio corpo – strumento con cui si guadagnano da vivere – si rivela fallibile e smette di funzionare.

Il requisito principale per ricevere uno stipendio è godere di una salute impeccabile, perciò quando l’ingranaggio si inceppa la prima reazione non può che essere di sconforto, specialmente per gli sportivi di secondo piano che andranno incontro a un periodo in cui le entrate saranno pari a zero. “Eppure, nonostante la disperazione e la paura iniziali, la rabbia verso il proprio corpo che dovrebbe essere uno strumento indistruttibile, c’è una luce in fondo al tunnel” sostiene Petkovic.

Ormai è noto che per recuperare dalla rottura del legamento crociato anteriore, ad esempio, ci vogliono almeno sei mesi, mentre per una frattura da stress dalle sei alle otto settimane. E ciò rappresenta un punto fermo che in un momento così difficile non va sottovalutato, anzi risulta molto prezioso psicologicamente. Per quanto dura possa essere, probabilmente nel subconscio risiede la consapevolezza che tutti i sacrifici e gli sforzi saranno ripagati nel momento di quella “data di scadenza”.

Gli altri “infortuni”

Dall’altra parte, ci sono quegli infortuni non sufficientemente gravi da richiedere uno stop ma caratterizzati da un dolore cronico che ha severe ripercussioni sulla fiducia di un tennista. I due esempi che cita Petkovic sono Stefanos Tsitsipas e Paula Badosa, per poi menzionare anche Taylor Fritz (“ha giocato con una tendinite al ginocchio forse un po’ più a lungo del necessario”) ed estendere il discorso a chiunque abbia subito un crollo improvviso a livello di ranking. In particolare, l’aspetto che mette in risalto è quello psicologico: continuare a giocare pur sapendo di non potersi esprimere al meglio è logorante.

Da qui sorge dunque una domanda: ha senso stringere i denti e giocare nonostante il dolore?Ci viene detto che sopportare il dolore è nobile, che dimostra carattere, ma non riusciamo a capire quanta energia costi effettivamente sopportarlo e quanti pensieri vengono sprecati” scrive Petkovic. La quale sostiene che in uno sport come il tennis non ci si possa permettere di essere deboli, paragonando questa eventualità all’odore del sangue in una vasca piena di squali. Per poi aggiungere in maniera molto schietta: “Mettere il ghiaccio sul ginocchio non lo guarirà. Semplicemente – forse, si spera, chissà, – allevierà il dolore“.

L’esperienza in prima persona di Petkovic

Qual è quindi la soluzione? Prendere il coraggio a due mani e non avere paura di fare una scelta drastica. Petkovic l’ha imparato sulla sua pelle. Ha raccontato che nell’ultimo semestre della sua carriera ha giocato con un problema cronico al gomito, tentando di alleviarlo con creme, impacchi di ghiaccio, massaggi e sedute di fisioterapia: “Tutta la mia vita ruotava intorno al mio gomito“. Poi, una volta ritiratasi, ha smesso di pensarci: d’altronde nella vita di tutti i giorni non aveva alcuna influenza. Poi, a distanza di quattro mesi è tornata in campo per togliersi la curiosità e vedere se il dolore ci fosse ancora o meno. Risultato? Nessun problema e gomito guarito.

«Il ghiaccio e le creme non guariscono. Lasciar andare, concedersi una pausa, guardare il proprio corpo con empatia e trattarlo con delicatezza: questo sì che guarisce» (Andrea Petkovic)

La lezione imparata da Petkovic, quindi, è stata la seguente: “Il ghiaccio non guarisce. Le creme cinesi non guariscono. Lasciar andare, concedersi una pausa, guardare il proprio corpo con empatia e trattarlo con delicatezza, questo sì che guarisce“. Perciò la chiosa finale: “Purtroppo, i tennisti non possono permettersi il lusso del tempo, quindi continuiamo a ripetere loro che sopportare il dolore è nobile“. In tal senso, va dunque ammirata la scelta di Carlos Alcaraz, che ha indubbiamente sofferto nel momento in cui ha deciso di rinunciare a difendere il titolo Slam a Parigi, ma allo stesso tempo ha agito pensando a cosa sarebbe stato meglio per lui in ottica futura.


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